Il bene comune della relazione tra donne




Rovereto

Inaugurazione della mostra RUAH di Clelia Caliari

Lunedì 21 novembre 2015 - ore 18

Inaugurazione della mostra "RUAH" di Clelia Caliari

Testo di Elisabetta Civitan:
“La scelta dei materiali ha a che fare con la mia perenne necessità di utilizzare materia, con la quale sperimentare e sperimentarmi nella ricerca continua d’interazioni, soluzioni e con la curiosità di vedere cosa succede.” Così Clelia Caliari, classe 1970, spiega il suo meraviglioso universo artistico a contatto con le fibre naturali, filari e tessuti. Nelle sue opere i materiali usati spaziano dalla garza di cotone alle lane merino e mohair, dal vetro di Murano al lino; bamboo, bozzoli di seta e baccelli di lunaria sono inseriti e assemblati delicatamente sulla tela. Prodotti poveri, naturali e primordiali, tutti generatori di significati profondi. Clelia, grazie all’arte, riesce pian piano a medicare le ferite della sua anima, realizzando produzioni uniche nel suo genere, ricche d’immensi attimi emozionali che segnano il suo percorso artistico. La creazione diventa per lei una medicina preziosa, nella quale trovare risposte sul suo presente, sul suo passato e sulla propria condizione. Il superamento del “male” di Clelia è vivo in ogni suo lavoro, in modo particolare in “Spoglie”, dove l’artista usa un frammento della fascia che ha utilizzato durante la riabilitazione. Un esempio e una testimonianza di come dal dolore e dalla terapia può nascere una nuova vita, una nuova creazione. I suoi lavori, sperimentazioni di materiali e procedure, rilievi e collage tessili, le piccole sculture di tessuto e assemblaggi di diverse sostanze materiche, rivelano trasparenze fisiche e simboliche che cristallizzano sensazioni di fragilità e delicatezza; grazie al paziente e meticoloso operare delle sue mani d’artista, la produzione tessile artigianale si eleva verso una grande forza espressiva. La ricerca continua di Clelia, la sua voglia di comunicare messaggi ed emozioni attraverso la bellezza e la duttilità della fibra, si esprime nei suoi lavori come una scelta concettuale e simbolica, in cui la manualità diventa metafora di significati che toccano le note profonde dell’anima. Con lei le fibre tradizionali e semplici si evolvono per diventare altro, offrendo mondi nuovi dove le radici tessili restano, ma gli orizzonti delle emozioni si aprono senza confini in un volo oltre le barriere, diventando Ruah, titolo di questa personale, “soffio, aria, vento” nel senso ebraico primario del termine. Le tematiche della metamorfosi e della caducità della vita ritornano in un ciclo continuo nelle opere della Caliari. La metamorfosi è da lei intesa come speranza di cambiamento-evoluzione e come accettazione dei rinnovamenti, nel sé e al suo di fuori, nel corpo e nello spirito, così come nei rapporti privati e sociali. Una complessa visione che alterna il desiderio al desiderato in un continuo moto verso il proprio soddisfacimento. Tra le opere esposte in mostra, cito “Nonostante”, dove farfalle formate da una bacca di rosa selvatica e da due baccelli di lunaria, volano nonostante il filo le trattenga. La sensazione che l’artista vuole comunicare riguarda il suo sentirsi spesso trattenuta da qualcosa, intrappolata in una rete senza fuga, dove liberarsi e volare nell’aria come farfalle diventa impossibile per lei: “Sarebbe - come cita - insopportabile restare rinchiusa e morire senza aver volato.”Nell’opera “Legàmi”, invece, Clelia lega insieme alcuni rami di rosa selvatica con fili di lino e cotone, imprigionandovi due bozzoli di seta. Rami recisi ma uniti tra loro sono avvolti da filamenti di tessuto che li ancorano al fondo, dentro una nuvola sfilacciata. L’artista realizza la forma di un ecosistema delicato e impreciso, quale metafora dell’universo dei rapporti umani. Lavoro simbolico e concettuale sulla società moderna è quello che realizza in “TAZ”, Temporary Autonomous Zone, un assemblaggio di garza e cotone, lana merino e mohair, bozzoli di seta e vetro di Murano. Secondo la Caliari servirebbe una zattera di salvataggio per una collettività che non riesce a mascherare la propria fragilità egoistica, in cui ognuno pensa solo a se stesso, ben protetto dal contagio e contatto con l’altro. Nell’opera “Quante volte”, composta di due pannelli sovrapposti, ritorna la simbologia del volo e delle ali di farfalla citati anche in “Correlazioni”, “Qualcuno volò”, “Partenze” e nella piccola scultura “Amma”. Le due tele rappresentano un componimento poetico giapponese del 1690, un haiku scritto da Matsuo Basho a Osaka, sempre e ovunque attuale: “Quante volte le ali delle farfalle supereranno la cima del muro?”.

condividi i nostri contenuti con i tuoi amici!

Allegati